Gli atti pubblici emessi a Piacenza nella seconda metà del Seicento restituiscono uno spaccato della vita quotidiana, dei commerci e delle regole imposte alla popolazione. Le gride cittadine erano ordini ufficiali destinati a essere rispettati in città e nel contado, con disposizioni che riguardavano la tutela della fauna, la vendita dei prodotti, le attività economiche e i comportamenti durante le feste.
La tutela della selvaggina e il commercio dei bozzoli
Il 18 aprile 1652 venne vietato a chiunque di andare a caccia di selvaggiume. Il provvedimento nasceva dalla preoccupazione per la progressiva rarefazione di molte specie animali e volatili. L’eccezione riguardava le passere e gli uccelli da rama, mentre per lepri, fagiani e pernici la proibizione era assoluta: gli animali dovevano avere il tempo di riprodursi.
La disposizione non riguardava soltanto le aree boschive e agresti riservate ai nobili. L’obiettivo era favorire la presenza della selvaggina anche nelle campagne pubbliche, dove potevano cacciare anche i popolani. Il provvedimento rappresentava quindi una forma di regolamentazione delle risorse presenti sul territorio, con l’intento di evitare l’estinzione locale delle specie più ricercate.
Il 19 maggio 1655 una nuova grida intervenne invece sul commercio legato alla produzione della seta. Venne imposto un dazio sulle gallette, cioè i bozzoli, e sui bachi da seta. Era inoltre vietato vendere i bigatti insieme a faloppie e gallettami prima che i vermi fossero morti, secondo le modalità previste dall’ordinanza.
Prezzi, maschere e feste nei paesi
Il 2 giugno dello stesso anno fu ordinato di eliminare il monopolio sulla vendita degli articiocchi, i carciofi, che in città venivano venduti a prezzi considerati eccessivi. La grida sottolineava che nel contado lo stesso prodotto era disponibile a un prezzo molto più basso, definito vile, e puntava quindi a rimuovere una posizione di privilegio nel commercio urbano.
Tra le disposizioni di carattere economico rientrava anche la gabella introdotta l’8 maggio 1666: venti soldi per ogni mazzo di carte da gioco. Il provvedimento si collegava alla diffusione delle carte, utilizzate soprattutto negli ambienti dei biscazzieri. Pochi anni più tardi, il 12 gennaio 1669, venne concessa a Giacomo degli Abbò la privativa per vendere e noleggiare maschere, barbe e altri accessori necessari ai travestimenti del carnevale.
La bottega poteva rifornire anche la nobiltà locale, che durante l’anno organizzava feste private in costume. La concessione consentiva di trovare a Piacenza tutto l’occorrente per queste occasioni, senza doverlo importare da altre città con costi più elevati.
Il 15 settembre 1685 fu infine emanato un ordine che vietava di saltare e suonare nelle ville, cioè nei paesi del territorio piacentino, soprattutto durante le feste religiose. Il divieto comprendeva le celebrazioni dedicate a Gesù Cristo, alla Beata Vergine Maria e le feste titolari delle chiese e degli oratori, comprese le ricorrenze patronali.
La stessa disposizione imponeva agli osti di non tenere meretrici nelle osterie. Era tuttavia prevista un’eccezione: le donne potevano essere ospitate di passaggio per una sola notte. Le gride mostrano così come le autorità regolassero, con norme spesso molto dettagliate, la caccia, i prezzi, i mestieri, gli spettacoli e la vita sociale delle comunità piacentine.