Scelte ambientali

Legambiente critica i nuovi laghi e chiede conto della Val Trebbia

L’associazione richiama i progetti nelle ex aree estrattive e contesta il ritorno alla proposta dei grandi invasi.

Legambiente critica i nuovi laghi e chiede conto della Val Trebbia

La recente inaugurazione dei tre nuovi bacini irrigui in Val d’Arda ha riacceso il confronto sulla gestione dell’acqua nel territorio piacentino. L’iniziativa, organizzata dal Consorzio di Bonifica con la partecipazione dell’assessore regionale all’Agricoltura, è stata giudicata utile da Legambiente Piacenza, che da anni sostiene la realizzazione di piccoli e medi invasi interaziendali e consortili. L’associazione, tuttavia, contesta alcune delle conclusioni emerse durante il convegno seguito al sopralluogo.

Secondo Legambiente, i laghetti rappresentano uno strumento efficace per raccogliere e rendere disponibile l’acqua anche più volte nel corso della stagione irrigua. A differenza delle grandi dighe, inoltre, si tratta di opere considerate concretamente realizzabili e compatibili con le possibilità di finanziamento di Consorzio, Regione e altri enti attraverso programmi nazionali ed europei. I tre bacini inaugurati in Val d’Arda hanno richiesto un investimento di quasi 13 milioni di euro, sostenuto anche grazie alle opportunità offerte dal Pnrr.

Il caso delle cave della bassa Val Trebbia

Proprio la realizzazione di queste opere, sostiene l’associazione, rende difficile comprendere perché non siano mai stati costruiti i numerosi laghetti previsti nelle cave della bassa Val Trebbia. I siti individuati riguardavano i territori di Rivergaro, Gossolengo, Gragnano e Piacenza, sulla base dello Studio sull’uso sostenibile dell’acqua del Trebbia del 2007 e delle successive previsioni del Piano provinciale delle attività estrattive.

Lo studio, elaborato dall’ingegnere Paoletti, indicava la possibilità di distribuire l’acqua nei canali a caduta, senza ricorrere al pompaggio e quindi riducendo i costi energetici. Anche l’impermeabilizzazione dei bacini avrebbe richiesto interventi analoghi a quelli realizzati in Val d’Arda. Nelle cave, però, sarebbero stati evitati sia i costi per l’acquisizione dei terreni sia una parte rilevante delle spese di scavo. Per Legambiente, si tratta di una soluzione tecnicamente attuabile che, nonostante fosse stata individuata da circa vent’anni, non è stata realizzata.

Consumo di suolo e modello agricolo

L’associazione ricorda che in diversi casi le cave sono state ritombate, anche con terre ricostituite, oppure destinate ad altri usi. A Gragnano, osserva Legambiente, i terreni sono stati restituiti a funzioni differenti; in altri casi sono stati destinati alla produzione fotovoltaica. In questo modo, secondo la ricostruzione dell’organizzazione, si è rinunciato a una possibilità di accumulo idrico già prevista dalla pianificazione, mentre periodicamente è tornata la richiesta di nuove grandi dighe.

La disponibilità d’acqua, prosegue Legambiente, non dipende soltanto dalla riduzione delle risorse legata ai cambiamenti climatici. Sarebbe necessario valutare anche gli effetti della crescente intensificazione produttiva della filiera agroindustriale, insieme alle conseguenze ambientali e sociali del modello industriale e distributivo. L’associazione richiama inoltre il consumo di suolo e la necessità di un’agricoltura più attenta alla qualità dei terreni, alla scelta delle colture, all’efficienza irrigua e alla capacità del territorio di trattenere l’acqua.

Per Legambiente, un approccio diverso potrebbe ridurre il fabbisogno idrico e favorire soluzioni alternative alla grande diga. L’associazione cita anche il percorso del Contratto di Fiume del Trebbia, avviato nel 2014 e poi interrotto, e il nuovo accordo per la gestione dell’acqua del Brugneto. Su quest’ultimo punto, le richieste avanzate dal mondo ambientalista sembrerebbero essere state in parte accolte, anche se resta da verificare come saranno tradotte nella nuova concessione. Il confronto tra soggetti con interessi diversi, conclude Legambiente, può produrre risultati quando la gestione della risorsa viene affrontata nell’interesse comune.