Bruno Carrà, componente dell’Assemblea generale della Camera del Lavoro di Piacenza, interviene sull’approvazione della normativa dell’Emilia-Romagna in materia di suicidio medicalmente assistito. A due mesi dal via libera dell’Assemblea legislativa regionale, arrivato il 23 luglio 2026, il dirigente della Cgil esprime una valutazione positiva sul provvedimento e sul confronto pubblico che lo ha preceduto.
Secondo Carrà, il tema deve essere affrontato mettendo al centro il dolore delle persone, prima delle appartenenze politiche o delle convinzioni personali. Nel dibattito, osserva, si sono confrontate posizioni differenti: da chi considera la tutela della vita un valore assoluto e indisponibile a chi ritiene necessario riconoscere, in condizioni rigorose, anche la dignità e l’autodeterminazione della persona. A intervenire sono stati credenti e non credenti, medici, giuristi, operatori sanitari, associazioni, familiari e cittadini.
Informazione e alternative di cura
Per il rappresentante sindacale, una scelta può essere davvero libera soltanto quando la persona dispone di informazioni corrette e ha accesso a tutte le alternative disponibili: cure, trattamenti per il sollievo dal dolore e sostegno per sé e per la famiglia. In questa prospettiva, la Cgil ha accolto con soddisfazione l’approvazione della norma, considerandola una risposta al vuoto normativo nazionale e uno strumento per garantire una presa in carico tempestiva da parte del Servizio sanitario.
Carrà sostiene inoltre che il provvedimento regionale possa assicurare una gestione equa delle richieste, nel rispetto delle indicazioni della Corte costituzionale. La sua posizione si contrappone al testo attualmente all’esame del Parlamento e sostenuto dal Governo, giudicato limitativo perché, a suo avviso, comprimerebbe il diritto all’autodeterminazione delle persone. Da qui la contrarietà annunciata dalla Cgil rispetto all’impostazione della proposta nazionale.
Il ruolo della Corte costituzionale
Nel suo intervento, Carrà richiama anche una pronuncia della Consulta del luglio 2026, successiva alla sentenza del 2019 che aveva avviato il confronto sul tema. Secondo la ricostruzione proposta, la Corte ha precisato che un eventuale ampliamento delle condizioni di accesso al suicidio medicalmente assistito per pazienti non dipendenti da sostegni vitali rientra nella discrezionalità del legislatore, al quale spetta individuare un equilibrio tra gli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione.
Questo bilanciamento, sottolinea il sindacalista, deve tenere insieme autodeterminazione, tutela della vita e protezione delle persone vulnerabili da possibili abusi o da forme di pressione sociale indiretta. Tra gli elementi indicati c’è anche il rafforzamento della rete delle cure palliative pubbliche, ritenuta indispensabile per garantire sostegno e alternative assistenziali.
La posizione espressa da Carrà è quella di una scelta personale e laica, che dovrebbe essere presa in considerazione dalle istituzioni a partire dallo Stato. Il termine oggi utilizzato, suicidio medicalmente assistito, viene da lui ritenuto meno preciso rispetto a morte volontaria, perché riferito a una decisione consapevole e maturata nel tempo. L’obiettivo indicato è consentire alle persone di affrontare il proprio percorso senza sofferenze non necessarie e con il pieno supporto dei servizi sanitari.