Memoria francescana

Piacenza, la storia delle repentite del monastero Maddalena

Pergamene, acquisti immobiliari e regole raccontano una comunità nata per offrire una seconda vita a donne emarginate.

Piacenza, la storia delle repentite del monastero Maddalena

Una comunità femminile nata per accogliere donne che avevano abbandonato la prostituzione e scelto la vita religiosa. È la vicenda delle repentite terziarie francescane del Monastero di Santa Maria Maddalena, documentata da pergamene conservate nel fondo dell’Archivio di Stato di Parma e riferita alla storia di Piacenza.

Le terziarie erano donne, appartenenti a estrazioni sociali diverse, che aderivano all’ideale del Terz’ordine francescano. A differenza delle clarisse, sottoposte alla clausura, le religiose della Maddalena conducevano una vita comunitaria con la possibilità di uscire dal monastero per esigenze pratiche: visitare i parenti, occuparsi degli affari della comunità o procurare il vitto necessario.

Una comunità per le donne convertite

Il termine repentite indicava proprio le donne che in passato avevano esercitato la prostituzione e che avevano deciso di cambiare vita. L’inserimento nella comunità rappresentava un percorso di conversione e recupero sociale, fondato sulla carità e sull’ideale francescano. Le prime presenze in città sono attestate già nel 1250, mentre i documenti permettono di ricostruire anche la formazione del monastero.

Una pergamena ricorda che nel 1320 suor Andriolla fece acquistare una casa nella contrada di Santa Brigida, nella parrocchia omonima, indicando l’edificio come quello in cui si trovava allora il Monastero della Maddalena. L’aumento delle novizie portò a nuovi acquisti: nel 1329 venne comprata un’altra abitazione e il 28 gennaio 1332 una grande casa appartenuta a Giardino de Corradi e al fratello Albertino.

Il complesso fu ampliato anche grazie a un terreno con fossi concesso dal preposito di Santa Brigida, l’attuale chiesa di piazza Borgo. Tra i testimoni degli atti notarili figuravano Ruffino della Porta, Battista Novissiano e il giudice Pietro Confalonieri, indicato come rappresentante legale delle repentite e incaricato di verificare la regolarità delle operazioni.

Dalla protezione francescana alla soppressione

Le religiose seguivano la regola Supra Montem, promulgata nel 1289 da papa Niccolò IV, e indossavano l’abito definito nel documento latino placentino. Nel 1430 il convento passò sotto la protezione dei francescani Osservanti. Nel 1461 le terziarie ottennero inoltre il permesso di costruire una chiesa accanto al monastero, dopo avere ascoltato le messe a Santa Brigida o nella chiesa domenicana di San Giovanni in Canale.

La storia del monastero si concluse nel 1805, quando venne soppresso durante l’età napoleonica e i suoi beni furono incamerati dallo Stato. Le pergamene ricordano anche proprietà fondiarie e cascinali nell’area di Calendasco, presso il Castellazzo verso San Nicolò a Trebbia, nella località Pernici sul Po e vicino a Cotrebbia Vecchia.

La vicenda delle repentite restituisce così il profilo di un’istituzione particolare: donne laiche riunite in comunità secondo l’ideale di San Francesco, con una funzione religiosa ma anche sociale, rivolta all’accoglienza e al reinserimento di donne che vivevano ai margini.