Il limite del 30% agli alunni stranieri nelle classi riapre il confronto sulle politiche scolastiche di integrazione. Nel suo intervento, Gian Carlo Sacchi ricostruisce l’evoluzione dell’approccio adottato in Italia, sottolineando come la presenza di studenti con differenti patrimoni linguistici, culturali e religiosi rappresenti una complessità per gli istituti, ma anche un’occasione per ripensare il ruolo della scuola in una società plurale.
Fin dai primi inserimenti consistenti di alunni provenienti dall’estero, l’obiettivo delle istituzioni è stato garantire il diritto allo studio e pari opportunità formative. Le indicazioni iniziali puntavano sull’apprendimento dell’italiano, sulla partecipazione alle attività comuni e sull’eventuale presenza di mediatori capaci di facilitare la comunicazione con le famiglie. L’intento era evitare l’isolamento degli studenti e accompagnare la crescita di una consapevolezza aperta al confronto tra culture.
Dall’accoglienza all’educazione interculturale
A partire dal 1990, la scuola italiana ha scelto la strada dell’educazione interculturale, distinta sia dall’assimilazione completa alla cultura del Paese ospitante sia da una semplice convivenza tra gruppi separati. All’insegnamento della lingua italiana si è affiancata la valorizzazione delle lingue e delle culture di origine, con l’idea che il percorso dovesse riguardare tutti gli alunni, italiani e stranieri.
In questo quadro, gli istituti hanno sviluppato attività di accoglienza, mediazione linguistica e formazione del personale, spesso con il sostegno dei Comuni e delle associazioni. Secondo l’autore, però, l’organizzazione è stata frenata da risorse limitate, procedure burocratiche uniformi e condizioni territoriali molto diverse. In alcuni casi, famiglie italiane preoccupate per la qualità della formazione hanno valutato trasferimenti, mentre in realtà amministrate da maggioranze contrarie all’accoglienza sarebbero stati adottati comportamenti capaci di ostacolare la frequenza degli alunni stranieri.
I governi succedutisi negli anni hanno mantenuto l’impostazione interculturale. Documenti firmati, tra gli altri, dai ministri Fioroni, Carrozza e Bianchi hanno contribuito a definire una linea nazionale sull’integrazione, recepita anche nelle indicazioni per il curricolo del primo ciclo del 2012. Le classi separate non sono state introdotte e la diversità è stata considerata un elemento strutturale dell’esperienza scolastica. L’inserimento dovrebbe avvenire nella classe ritenuta più adeguata, attraverso una valutazione affidata alle scuole e un patto educativo con la famiglia.
Risorse, autonomia e rischio di segregazione
Per Sacchi, il tetto previsto ripropone una misura già ipotizzata durante il ministero Gelmini e allora non applicata per la disomogeneità dei bacini di utenza. Il provvedimento arriverebbe inoltre in una fase caratterizzata dal calo demografico degli italiani, dall’aumento dei nati in Italia con genitori stranieri e dal rischio di chiusura di alcuni istituti a causa del dimensionamento. Particolari difficoltà potrebbero emergere nell’istruzione e formazione professionale, dove la presenza di studenti stranieri è indicata come molto elevata.
L’alternativa indicata dall’autore non è la disgregazione delle classi, ma il potenziamento degli insegnanti di italiano come seconda lingua, anche nei CPIA, già gravati dalla domanda dei richiedenti. Senza interventi aggiuntivi, sostiene, il rischio è aumentare l’abbandono scolastico e favorire le famiglie economicamente più forti, in grado di ricorrere alla scuola privata o di sostenere eventuali sanzioni.
Tra le proposte viene indicata anche una maggiore autonomia organizzativa per gli istituti, così da costruire percorsi adatti ai diversi contesti e affrontare le disuguaglianze legate alle condizioni economiche e culturali delle famiglie. La collaborazione con enti locali e realtà del territorio potrebbe contribuire a ridurre la segregazione, indicata nell’articolo attorno al 30%, e a gestire anche i rapporti interreligiosi e le differenze che si manifestano oltre la composizione delle singole classi.
La conclusione dell’intervento collega il nuovo limite al rischio di un ritorno a un modello di assimilazione centrato esclusivamente sulla cultura italiana, anche alla luce della scomparsa del termine intercultura dalle nuove indicazioni curricolari. Il richiamo all’articolo 34 della Costituzione ribadisce il principio di una scuola aperta a tutti. Restano però le difficoltà pratiche: pochi finanziamenti per il rafforzamento dell’italiano, accordi affidati in parte al terzo settore e nessun aumento strutturale dei docenti specializzati, il tutto senza nuovi oneri per la finanza pubblica.